| |
|
Messaggio di solidarietàInserite solamente messaggi di solidarietà!
Forum e discussioni: http://www.giulemani.forumattivo.com/
Cari internauti, vi informiamo che il nostro sito è destinato alla ricezione di messaggi di solidarietà e non allo scambio di commenti - considerazioni che possono avvenire sul forum Messaggi
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 09-03-10 21:35
INVICTUS
All'età di 12 anni, Henley rimase vittima della tubercolosi. Nonostante ciò, riuscì a continuare i suoi studi e a tentare una carriera giornalistica a Londra. Il suo lavoro, però, fu interrotto continuamente dalla grave patologia, che lo costrinse all'amputazione di una gamba per sopravvivere. Henley non si scoraggiò e continuò a vivere per circa 30 anni con una protesi artificiale, fino all'età di 53 anni.
La poesia "Invictus" fu scritta proprio sul letto di un ospedale.
Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.
In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.
Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.
It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.
Dal profondo della notte che mi avvolge
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all'altro,
ringrazio qualunque dio esista
per l'indomabile anima mia.
Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l'angoscia.
Sotto i colpi d'ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l'Orrore delle ombre
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 09-03-10 21:12
"cara signora sadis presto ricevera lo studio della supsi sul polo tecnologico di bellinzona e dintorni.quale cittadino e sostenitore delle officine spero che vorra accoglierlo con il massimo impegno!
sabato,speravo di vederla in pittureria come ai vecchi tempi ma con il carico che ha sulle spalle non le e sicuramente possibile essere presente in ogni luogo.ho registrato tutti i dibattiti e se le interessano gliene faccio volentieri una copia.
si sono ascoltate e dette molte cose IMPORTANTI!
un caro saluto da piergiorgio rangoni"
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 09-03-10 11:48
Più che un Polo, un’unione di forze
Officine, Arnoldo Coduri (Dfe) ribadisce il sostegno del Cantone al progetto: con Bellinzona pure Biasca, Chiasso e Supsi
DELDA
«Il sostegno c’è sicuramente, ma bisogna prima vedere quello che si vuole mettere sul tavolo. Ed è appunto per questo che abbiamo chiesto la consulenza di specialisti». Il direttore della Divisione dell’economia Arnoldo Coduri rimette il treno sui binari: il Cantone crede nelle Officine Ffs di Bellinzona e si impegnerà affinché il Polo tecnologico-industriale venga realizzato. In quale forma e con quali partner è ancora da valutare. È questa la risposta alle critiche espresse sabato dal professor Roman Rudel in occasione del dibattito svoltosi in pittureria in occasione dei festeggiamenti per il secondo anniversario dello sciopero (si veda laRegione di ieri).
In breve: il geografo aveva biasimato la mancanza di volontà politica e l’assenza di sinergie con il mondo accademico e della ricerca per effettivamente creare sul sedime dello stabilimento industriale un centro di competenza e di innovazione nel settore del trasporto pubblico. Un progetto fondamentale per garantire un futuro solido e concreto al sito cittadino e il cui studio di fattibilità allestito dalla Supsi (Roman Rudel ne è stato il coordinatore) e costato 100 mila franchi verrà consegnato entro la fine di aprile al governo. E verosimilmente verrà discusso durante la tavola rotonda in programma al Museo dei trasporti di Lucerna il prossimo 28 maggio.
Ieri mattina, intanto, vi è stato un ulteriore incontro tecnico fra i membri del gremio e la consigliera di Stato Laura Sadis nonché i suoi più stretti collaboratori. Il gruppo di lavoro ha illustrato le conclusioni al quale è giunto sulla base dell’analisi dei punti di forza e di quelli deboli nonché dei possibili scenari sui quali vorrebbe fare degli approfondimenti. Un summit che ha fatto seguito al pre-rapporto di 200 pagine trasmesso prima di Natale e che conteneva una ‘radiografia’ della situazione attuale.
‘Un centro di competenza
multipolare’
«[..] Polo tecnologico-industriale non ha senso a Bellinzona. Gli spazi sono quelli che sono, oltretutto in pieno centro città. Di questo sono perfettamente coscienti anche Roman Rudel e gli altri ricercatori – afferma Arnoldo Coduri –. Piuttosto si deve parlare di un centro di competenza o di una struttura multipolare, dove accanto alle Officine ci potrebbero essere pure la stazione merci di Chiasso, il comparto di Biasca (che sta cambiando volto con Alptransit, ndr.) e la futura Centrale d’esercizio di Pollegio che gestirà il traffico ferroviario delle gallerie di base del San Gottardo e del Monte Ceneri, e la Supsi che ha competenze che devono e possono essere integrate. Un parco tecnologico presuppone poi che ci siano delle aziende che operano sullo stesso mercato e che si possano sviluppare attorno (ad esempio le Ferriere Cattaneo di Giubiasco o la Casram di Mezzovico, ndr.)».
Il 2 aprile 2008 è un giorno che è entrato nella storia del nostro Cantone. Per la prima volta il Consiglio di Stato in corpore è sceso in piazza fianco a fianco dei cittadini per manifestare il suo appoggio alla lotta degli operai delle Officine. Due giorni prima il Comitato di sciopero aveva depositato alla Cancelleria dello Stato il testo dell’iniziativa popolare per dar vita al Polo tecnologico-industriale. In pochi giorni furono raccolte 15 mila firme, il doppio di quelle necessarie che furono consegnate dopo qualche settimana. Due date significative che testimoniano quanto politica e popolo fossero in quel periodo di mobilitazione e di rivendicazione uniti come mai forse lo erano stati nella Svizzera italiana.
‘Nel mercato c’è interesse
per nuovi servizi’
A distanza di due anni l’iniziativa è ancora ferma nei cassetti della Commissione granconsiliare della gestione e tutti si chiedono quando si potranno finalmente gettare le fondamenta per la creazione del polo. Stessa sorte per la mozione presentata dal deputato indipendente nonché sindaco della Turrita Brenno Martignoni che persegue i medesimi obiettivi. «Appunto perché il Cantone attende le risultanze dello studio per capire cosa c’è oggi e quali potrebbero invece essere le prospettive – osserva il nostro interlocutore che ha partecipato a quasi tutte le tornate della Tavola rotonda a fianco della delegazione del Governo –. Prospettive più che buone direi, visto che nel mercato ferroviario sembrerebbe esserci interesse per nuovi servizi. La volontà politica, quindi c’è, eccome». Personale qualificato
e know-how
La trasformazione in un parco dove verranno sviluppati nuovi servizi ed attività di ricerca ed innovazione nel campo della gestione e della manutenzione dei vettori di trasporto è indispensabile per consentire allo stabilimento di esserci anche dopo il 31 dicembre 2013. Giorno in cui scadrà il piano industriale firmato dalle parti il 28 novembre 2008 che prevede che le Ffs Cargo e le divisioni viaggiatori e infrastrutture facciano eseguire la manutenzione pesante (locomotive e carri merci) alle Officine. Per ovviare alla possibile perdita del principale cliente, il sito si sta già guardando in giro nel tentativo di acquisire ordini e commesse da parte di terzi di modo da aumentare in modo durevole la propria produttività rispondendo alle esigenze della clientela internazionale. In quest’ottica il Comitato di sciopero ha già ottenuto dall’ex regia il potenziamento dell’ufficio vendite che dal 1° dicembre ha raddoppiato le sue unità.
D’altronde le premesse ci sono tutte. A Bellinzona vi è personale qualificato ed il know-how per eccellere anche al di fuori dei confini nazionali. A ciò si aggiunga la posizione strategica sull’asse nord-sud che con l’inaugurazione della galleria di base del Ceneri fra sei anni sarà ancora più trafficato e la presenza sul nostro territorio di istituti universitari e di ricerca. Stando all’iniziativa la gestione del Polo verrebbe affidata ad una società composta da Ticino e Grigioni, dalla Confederazione, dalle Ffs e dai Comuni.
Collaborazione con l’ex regia
‘Le Ferrovie sono indispensabili’
Sostegno al Polo tecnologico-industriale, dimostrando la disponibilità ad entrare in discussione, è stata espressa anche dalle Ferrovie. In una lettera datata 28 novembre 2008 (giorno in cui fu decretato il passaggio delle Officine dalla divisione Cargo a quella Viaggiatori) – firmata dall’allora presidente del Consiglio d’amministrazione Thierry Lalive d’Epinay e dal direttore dell’ex regia Andreas Meyer – si evidenziava come le Ffs si ‘confrontano positivamente con l’idea di parco tecnologico nel trasporto su rotaia, in particolare per il traffico merci. Tuttavia la realizzazione dipende da misure politiche e per questo la politica deve assumersene la gestione’. «Il Cantone non può certo acquistare le Officine di Bellinzona. Quello che si vuole fare è creare qualcosa assieme alle stesse Ferrovie per approfittare delle competenze presenti nel sito industriale e sviluppare dei settori che finora non sono mai stati approfonditi. È un discorso, dunque, che deve essere portato avanti in collaborazione con l’ex regia e di transenna con la Confederazione», specifica il direttore della Divisione dell’economia Arnoldo Coduri.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 09-03-10 11:47
È la Svizzera il Paese più innovativo
La Confederazione guida la classifica degli investitori in ricerca e sviluppo
Berna – La Svizzera risulta essere il Paese più innovativo a livello mondiale secondo un’indagine effettuata nel 2008 dal Centro di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo (Kof), i cui risultati sono stati pubblicati ieri dalla Segreteria di Stato dell’economia (Seco). La debolezza della congiuntura potrebbe avere tuttavia un impatto negativo sull’innovazione, compromettendo il potenziale di crescita a medio termine, temono gli autori del sondaggio.
Nel confronto mondiale, secondo il Kof, i Paesi più innovativi d’Europa occupano i primi posti della classifica (Svizzera, Svezia, Finlandia), seguiti da Israele, dagli Usa e dal Giappone.
I principali punti di forza della Confederazione sono l’elevata quota di imprese che investono nell'innovazione e nella ricerca e sviluppo (R&S) nonché la conversione delle novità in prodotti e servizi di mercato. La performance è un po’ meno buona, invece, per quanto riguarda il volume dei fondi destinati all'innovazione e R&S. L’asso nella manica del sistema elvetico è costituito dalla presenza di un settore Pmi particolarmente innovativo e contemporaneamente a un numero considerevole di multinazionali che investono somme ingenti in R&S.
Il sondaggio – che si svolge ogni tre anni su mandato della Seco – è stato effettuato nell’autunno 2008, poco prima del crollo dell’economia presso 6 mila imprese, si legge in un comunicato.
La Svizzera si è classificata ancora in prima posizione, ma il suo distacco si è ridotto, sottolinea la Seco. Negli ultimi dieci anni, diversi Paesi dell’Unione europea (Ue) hanno recuperato terreno nei confronti della Confederazione, in particolare la Finlandia, ma anche la Danimarca, il Belgio e la Germania.
D’altro canto con l’inizio del 2000 la capacità innovativa dell’industria elvetica e, poco dopo, del settore dei servizi si è assestata a un livello nettamente inferiore a quello in cui si situava nei primi anni Novanta, rileva la Seco. Il calo ha interessato sia la quota di imprese che realizzano innovazioni sia il volume del denaro investito a tal fine. Da allora il vantaggio della Svizzera si è però stabilizzato.
Un problema strutturale è costituito dalla carenza di personale altamente qualificato, nonostante il forte afflusso di forza lavoro dall’Unione europea.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 09-03-10 11:46
Ci sono opinioni politicamente scorrette
di Silvano Toppi
Ci sono opinioni politicamente scorrette. Anche nella nostra repubblica.
Dire, ad esempio, che le imposte non vanno diminuite ma piuttosto aumentate. Si rischia la fucilazione. Tanto più che se c’è un modo certo per guadagnarsi l’elettorato o gli ambienti economici, lo si trova proprio nella promessa di sgravi fiscali.
Dire ancora, ad esempio, che non è il maggior valore attribuito ad un finanziere che ci salva ma quelli prodotti da una maestra dell’infanzia o da un’infermiera d’ospedale. Si rischia, soprattutto in terra nostra, dove abbondano banche, uffici fiduciari e qualche finanziere d’alto bordo, di essere presi per matti. L’unica via che rimane allora, per osare scorrettezze e sparigliare le carte di luoghi comuni venduti come assiomi, è quella di pescare in casa d’altri e trarre qualche considerazione.
Il tema-cocktail dell’imposizione fiscale, degli sgravi fiscali, della tassa globale, dei condoni fiscali o della concorrenza fiscale è all’ordine del giorno un po’ ovunque. Sarà congenito alla politica creativa ma, bisogna pur dirlo, appare, con asfissiante monotonia, come l’unica idea o il magico abracadabra che si riesce a esprimere per rimettere in sesto la baracca. Non ci si preoccupa d’altro. Ad esempio, delle enormi e crescenti discrepanze di reddito o della disoccupazione strutturale.
Guardiamo quindi alla Germania, ma in modo diverso da quello che la Svizzera ha fatto sinora. Il nuovo governo ha subito annunciato una vasta riforma fiscale che prevede alleggerimenti d’imposta per 24 miliardi. La quale stenta però a decollare. Una approfondita inchiesta svolta su questa proposta nel quadro del Deutschland-Trend (v. www.infratest-dimap) rileva che una consistente maggioranza di cittadini tedeschi (58 per cento, contro il 38 per cento) è contraria ad una riduzione delle imposte. Con una motivazione precisa: perché si rischia di aumentare ancora il debito pubblico.
Dall’inchiesta emergono fatti singolari: gli stessi sostenitori dell’attuale coalizione governativa (centro-destra) sono in maggioranza contrari; i cittadini con redditi medi e superiori sono molto più contrari (69 per cento) dei cittadini con redditi inferiori ai 1500 euro mensili, che avrebbero poco o niente da guadagnarci. Esito quasi incredibile, politicamente scorretto. Esito forse inimmaginabile in casa nostra (anche se due nostre votazioni sugli sgravi lasciano qualche dubbio). Contano però le considerazioni, rilevate dall’istituto che ha svolto l’indagine. Una inaspettata maturazione civica: il problema è sempre meno quello della riduzione delle imposte o della concorrenza fiscale ed è sempre più quello dell’impoverimento dello Stato, delle collettività territoriali, dell’equilibrio rigoroso tra ventilati sgravi fiscali, possibilità di investimenti nelle infrastrutture pubbliche, nella formazione e nella ricerca e livello dell’indebitamento. Un inimmaginabile realismo, poi: la crisi è tutt’altro che superata (lo pensa il 64 per cento dei tedeschi); bisogna quindi dare priorità assoluta a un sistema di ridistribuzione e di spese pubbliche più che mai essenziale e al “patto per il lavoro”, bisogna garantire protezione e coesione sociali perché là sta la democrazia. Sembra rovesciarsi persino l’assioma che è necessario creare nuovamente ricchezza per poter distribuire. Si ritiene invece che occorre usare la ricchezza esistente se si vuol crearne dell’altra e salvare l’uomo.
Un altro studio condotto in Gran Bretagna dalla geniale New Economic Foundation (v. www.neweconomics.org), basato sulla metodologia del “Social Return on Investment” (in parole povere: quale ristorno sociale, e non solo di reddito economico, posso avere da un investimento), sarà molto inglese ma è illuminante per diversi aspetti. Si capovolgono i criteri con cui valutiamo i nostri apporti alla società, che non possono essere solo di crescita economica, di guadagno o redditività, ma di essere-bene sociale, umano, ambientale. Si dimostra, in tal modo, che una determinata attività può aggiungere nella comunità un valore che è di gran lunga superiore a quello solitamente ridotto al “quanto vali” in guadagno, stipendio, bonus. Esemplifichiamo, sintetizzando. Nella analisi britannica i finanzieri della City risultano distruttori e non creatori di ricchezze: per ogni euro che creano ne distruggono sette. I peggiori sono comunque i consulenti fiscali (e, nel bilancio politico-sociale, la nostra storia recente lo conferma), quelli che permettono a privati e società di evitare imposte, sottraendo alla comunità risorse essenziali: distruggono infatti 47 volte più ricchezze di quante ne creano. Le maestre dell’infanzia (formazione) o le infermiere d’ospedale (salute) o chi si occupa del riciclaggio (ambiente) generano invece ricchezza circa dieci volte superiore rispetto alle retribuzioni che sono loro concesse. È ovvio, anche questo è un metodo politicamente scorretto, soprattutto quando si continuano a privilegiare le speculazioni dei finanzieri e i bonus dei manager.
Dovrebbe comunque indurre a rispettare di più docenti, personale medico, netturbini. O, come fa la brava consigliera Widmer-Schlumpf, a ritenere ormai ipocrita la distinzione tra evasione e frode fiscale. Opinione sino all’altro ieri politicamente scorretta.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 09-03-10 11:45
Ffs: aumenti salariali individuali
Berna –Nel 2010 le Ferrovie federali svizzere metteranno a disposizione lo 0,5 per cento della massa salariale per aumenti individuali. I 27 mila dipendenti riceveranno inoltre un premio unico «quale ringraziamento e riconoscimento per le buone prestazioni fornite l’anno scorso». Chi ha un tasso di occupazione pari almeno al 50 per cento riceverà 650 franchi, mentre chi lavora di meno avrà diritto alla metà di tale somma, hanno comunicato oggi le Ffs. Gli aumenti salariali sono stati fissati da un tribunale arbitrale paritetico, chiamato in causa alla fine del 2009 dopo la rottura delle trattative con i sindacati. Secondo le Ffs, il risultato è «buono ed equilibrato». Anche il sindacato transfair si dice soddisfatto: calcola infatti un aumento salariale complessivo dell’1,3 per cento, superiore allo 0,8 per cento fissato inizialmente come tetto massimo dalle Ffs. Meno contento, invece, il Sindacato del personale dei trasporti (Sev): considerando il buon risultato d’esercizio, deplora che non vi sia stato un aumento generalizzato delle retribuzioni. Tuttavia, accoglie positivamente i miglioramenti per i salari bassi.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 09-03-10 11:44
Le imprese sono predominio assoluto degli uomini
New York – Il mondo delle imprese è ancora predominio assoluto degli uomini, tanto che la parità uomo-donna «resta ancora un mito». A decretare il divario che ancora divide i generi è l’ultimo rapporto del Forum economico mondiale (Wef), pubblicato ieri, che piazza la Svizzera al 13esimo rango, su 134 Paesi esaminati. Per la Confederazione il dato è immutato rispetto alla classifica pubblicata un anno fa. I primi dieci Paesi nella graduatoria sono, nell’ordine, Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia, Nuova Zelanda, Sudafrica, Danimarca, Irlanda, Filippine e Lesotho. A livello internazionale i risultati dell’indagine su 600 società, pubblicata in occasione della festa della donna, rappresentano «un campanello di allarme sul fatto che il mondo aziendale non sta facendo abbastanza per raggiungere l'uguaglianza tra genere maschile e femminile», sottolinea Saadia Zahidi, coautrice del rapporto. Guardando ai settori di attività, sono i servizi quelli che a livello mondiale contano più dipendenti donne. In particolare, all’interno di questo comparto, i servizi finanziari e le assicurazioni sono decisamente rosa (60%).
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 09-03-10 11:42
Donne e lavoro,‘le mimose non bastano’
Vpod: parità ancora lontana. L’esempio degli asili nido
Avanti così, si va indietro. Le donne guadagnano il 19,3 per cento in meno rispetto agli uomini. Nel 2006, secondo i dati forniti dall’Ufficio federale di statistica (Ust), la differenza era del 18,9%. Un peggioramento «allarmante», secondo il sindacato svizzero dei servizi pubblici e del sociosanitario (Vpod), che non si verificava dal 1996.
Sindacato che, in occasione della giornata internazionale della donna, ha voluto attirare l’attenzione su un settore prevalentemente femminile che presenta una «grave situazione salariale»: gli asili nido. E lo ha fatto consegnando, a mo’ di simbolo, delle mimose al personale dell’asilo ‘Latte e miele’ di Castione. «Studi scientifici e dibattiti l’8 marzo non bastano per cambiare lo stato delle cose. È necessario discutere il tema apertamente in pubblico – hanno detto alla stampa le sindacaliste Rezia Boggia e Mara Rossi – e agire per migliorare concretamente questa grave situazione». Le donne guadagnano meno, è stato fatto rilevare, non perché producono meno sul lavoro, ma «perché per un lavoro di pari valore sono retribuite meno; perché spesso sono impiegate a tempo parziale (il 57% delle donne attive professionalmente, contro solo il 12% degli uomini); perché lavorano in settori con stipendi più bassi; perché le loro opportunità di carriera sono ridotte». Una situazione oltretutto illegale, dato che la Costituzione dal 1981 vieta qualsiasi discriminazione anche a livello salariale. Il sindacato ritiene «inaccettabile che in uno dei Paesi più ricchi del mondo esistano ancora disparità di questo livello».
Sugli asili nido la Vpod aveva puntato i riflettori già due anni or sono quando, assieme all’Unione sindacale svizzera (Uss), aveva lanciato una petizione. Al governo si chiedeva di aumentare sia il numero di queste strutture, sia i sussidi per finanziarle e dare alle operatrici stipendi «dignitosi». Stando a un rilevamento della Divisione dell’azione sociale, infatti, nel 2007 gli stipendi erano «bassissimi, alcuni sotto il minimo vitale: 1’900 franchi al mese per personale formato occupato a tempo pieno, addirittura 1’200 franchi per personale non formato». Oggi in Ticino ci sono 45 asili nido, per 290 posti di lavoro a tempo pieno e «la situazione non è certo migliorata, anzi». I Comuni che dovrebbero finanziare le strutture per un terzo (lo prevede la Legge sulle famiglie del 1° gennaio 2006), investono «meno del 10%». Nel 2009 la Vpod si era rivolta alla Commissione tripartita in materia di libera circolazione «per denunciare la grave situazione di dumping salariale in questo settore». Si stanno dunque attendendo «sviluppi sia dei politici che stanno vagliando il contenuto della petizione, sia dall’ispettorato del lavoro che sta verificando in tutti i nidi la situazione di ogni operatrice». La voce... rosa potrà essere fatta sentire sabato 13 marzo a Berna, tappa svizzera della terza Marcia delle donne che si svolgerà in tutto il mondo fino al 17 ottobre contro povertà e violenza. Dal Ticino saranno organizzati viaggi in bus; iscrizioni ai sindacati Unia a Locarno o Vpod a Bellinzona.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Tuesday, 09-03-10 11:41
Voto Lpp: la fiducia va ricostruita
Berna – «Un’umiliazione per il Consiglio federale» (Blick) che ricorda la battaglia della Beresina (24 Heures). I principali quotidiani della Svizzera interna non hanno dubbi all’indomani del chiaro no popolare all’abbassamento del tasso di conversione. Governo, parlamento e ambienti economici sono invitati a fare un mea culpa per ripristinare la fiducia ed evitare che vengano compromesse altre riforme delle assicurazioni sociali.
All’origine della bocciatura della revisione della Legge sulla previdenza professionale «vi è l’insicurezza derivante dalla situazione economica generale, nonché la rabbia per i bonus in particolare», scrive la Neue Luzerner Zeitung. In questo contesto – aggiunge – la popolazione non era disposta ad accettare una riduzione delle rendite. Sulla stessa lunghezza d’onda la Basler Zeitung, secondo cui «l’uomo della strada si è rifiutato di pagare per gli errori commessi dai manager». ELe Matin ascrive il responso delle urne al malumore, originato dalla débâcle di Ubs negli Stati Uniti.
Per il Quotidien Jurassien, il cui cantone ha registrato il tasso di no più elevato (85%), la votazione evidenzia una mancanza di fiducia nel settore finanziario. Secondo il Tages-Anzeiger, la credibilità degli assicuratori privati è fortemente compromessa a causa della mancanza di una regolamentazione degli utili, imputabile a governo e parlamento. «Non si può avere fiducia in un sistema poco trasparente», sottolinea pure la Berner Zeitung.
La Neue Zürcher Zeitung osserva che è un’impresa ostica convincere la popolazione della necessità di una riduzione delle rendite. Per questo motivo – prosegue – non è stato saggio proporre un’ulteriore riduzione del tasso di conversione dopo quella avviata nel 2005. «É stata una soluzione apparentemente troppo semplice per essere onesta», scrive il 24 Heures, aggiungendo che il problema del finanziamento delle rendite non è comunque risolto.
Alcuni giornali guardano anche al futuro di altre riforme. «L’11 a revisione dell’Avs non avrà chance in una votazione popolare, qualora dovesse essere improntata soltanto alla riduzione delle prestazioni», scrive il Landboten di Winterthur. Secondo Le Temps, la situazione è invece diversa per la revisione dell’assicurazione disoccupazione, a condizione che vengano eliminate le misure più drastiche: «Non è affatto scontato che la sinistra incassi una nuova vittoria».
|
|
|
basileg@gmx.ch
|
Tuesday, 09-03-10 02:22
Salve sentivo parlare di dal presidente dell'unia di andare prima in penzione,ma prima dobbiamo vedere se una persona ci puö arrivare a vedere la penzione,io ho lavorato per 28 anni facendo il pittore,dopo tanti anni di lavoro mi sono rotto la schiena,e con tutti i documenti,lastre dei Dottori Svizzeri mi anno riconosciuto solo il 24% dell'invalidita e non prendo neanche una rappa di soldi,con la mia salute sono distrutto ,lavoro non me posso piü trovare ho 52 anni mi anno messo da parte perchè non servo piü perö le tasse li devo pagare lo stesso anche se non mi danno neanche una rappa,e quä si parla di andare prima in penzione,a me mi anno mandato in penzione ma senza soldi queste cose non vengono mai dette perchè la Svizzera vuole fare vedere sempre la faccia pulita in televisione,e anche sui giornali e dopo ci sono piü inbrogli in Svizzera,che in tutto il Mondo,dove trovi il sindacato che ti aiuta in Svizzera mi fate sapere qualcosa perchè sono 30 anni che vivo in Svizzera e non ho mai visto una sigla sindacale che fa sciopero per i lavoratori che danno il culo per la Svizzera e ti ripagano con un calcio in culo quando non servi piü.distinti saluti a tutti
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Monday, 08-03-10 09:41
Quello che il Pil non ci dice
Da una ventina d’anni gli esperti sono alla ricerca di indicatori alternativi a quello economico
di Ronny Bianchi
Da diversi anni gli economisti si interrogano sull’attendibilità del Prodotto interno lordo (o prodotto nazionale lordo) quale indicatore attendibile della prosperità e dello sviluppo di un paese. Il presidente francese Sarkozy ha dato mandato a un gruppo d’esperti guidati dal premio Nobel Joseph Stiglitz di pensare a uno o più indicatori alternativi e anche il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ammette che spesso è inadeguato.
In sintesi il Pil misura, sommando, tutta la produzione di beni e servizi finali prodotti all’interno di un paese da tutti gli agenti economici generalmente durante un anno. Il suo sviluppo risale a dopo la seconda guerra mondiale quando con l’introduzione delle teorie keynesiane divenne necessario poter quantificare con precisione l’intervento pubblico all’interno del sistema economico. Con il passare degli anni gli strumenti di contabilità nazionale sono andati affinandosi e oggi sono realmente in grado di dare una visione attendibile delle dinamiche economiche di un paese. Ma purtroppo non è in grado di misurare tutto.
Stesso risultato situazione diversa
Prendiamo due paesi, A e B con 100 abitanti ciascuno e con un Pil di 1000 franchi, hanno cioè prodotto 1000 franchi di beni e servizi finali. In apparenza questi due paesi hanno una situazione economica identica. Se però andiamo un po’ più a fondo nella nostra analisi vediamo che nel paese A 20 persone sono disoccupate e dispongono di un reddito molto basso, mentre nel paese B tutti hanno un lavoro e il loro reddito è esattamente di 10 franchi. Il primo punto debole del Pil è che non è in grado di dirci nulla sulla distribuzione dei redditi tra gli abitanti. Per capire che vivere nel paese B è probabilmente meglio che nel paese A è necessario fare altre analisi (ad esempio indice di Gini) che non sempre sono disponibili e facilmente accessibili.
Se proseguiamo nella nostra analisi dei due paesi scopriamo che nel paese A l’autoproduzione copre una parte importante dei bisogni: la maggior parte della popolazione ha un giardino dove coltiva la maggior parte degli alimenti e delle fibre per produrre i propri abiti. Inoltre, gli abitanti si scambiano molti servizi: cura dei bambini, lezioni private, sostegno agli anziani, scambio di lavori. Hanno quindi sviluppato importanti legami si solidarietà che non esistono nel paese B.
Ma allora è meglio vivere nel paese A o in quello B? Difficile scegliere e inoltre scopriamo che il Pil non considera la ricchezza non monetaria prodotta. Nelle discussioni tra economisti si parla spesso di economia sommersa che il Pil non riesce a calcolare. Essa però non è solo legata ad attività criminali, ma spesso si tratta di forme di scambi economici non monetari. Se il mio amico pittore viene il sabato ad aiutarmi a ridipingere l’appartamento e io in cambio l’aiuto a compilare la dichiarazione dei redditi è un’attività corretta che tuttavia il Pil non è in grado di valutare.
Ma proseguiamo con la nostra analisi. Il paese A deve consacrare una parte importante del Pil alla riparazione dei danni dovuti a un terremoto, mentre il paese B prosegue nella sua normale attività economica ed è libero di investire per migliorare il livello di istruzione, il servizio sanitario o la rete di trasporti pubblici. Se prendiamo il Pil (identico) dei due paesi vediamo che non è in grado di dirci nulla (o troppo poco) sulle spese che servono a riparare i disastri naturali e quelle che invece migliorano la vita della popolazione.
Ha anche altri due punti deboli. Non è in grado di dirci se un paese sta distruggendo le sue risorse naturali (ad esempio non fa distinzione tra un paese che utilizza in larga misura energie rinnovabili e uno che produce elettricità con centrali a carbone), ma soprattutto non ci dice nulla sul benessere generale di una popolazione rispetto a quella di un altro paese.
Alternative complesse
In realtà molte delle informazioni che il Pil non ci fornisce, possono essere reperibili altrove. Ad esempio esistono ottimi strumenti per verificare la distribuzione del reddito, o sull’efficienza del sistema sanitario. Il problema in discussione è però un altro e cioè la possibilità di disporre di un indicatore regolare e completo sul “benessere” di un paese.
Alla fine degli anni ’80 ci furono i primi tentativi di offrire degli indicatori che non fossero prettamente economici, come l’Indice della salute pubblica (Iss) elaborato negli Usa, che considera la mortalità e la povertà infantile, l’utilizzazione di droghe, i suicidi e le gravidanze nelle adolescenti, la disoccupazione, il salario, l’accesso alle cure mediche, i crimini violenti, gli incidenti stradali causati da eccesso di alcool e l’accesso a un alloggio decente a prezzi equi. I risultati (vedi grafico) sono stati sorprendenti e mostrano un andamento opposto tra Pil e Iss. Nel 2004 due ricercatori francesi hanno applicato lo stesso indice ai vari dipartimenti ottenendo risultati simili a quelli americani.
Ad imporsi è però l’Indice dello sviluppo umano, elaborato nel 1990 dal Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo e che considera tre variabili: la speranza di vita, il tasso di scolarizzazione e il reddito per abitante che viene calcolato ogni anno per tutti i paesi. Nel 2009 questo indice era guidato dalla Norvegia, seguito dall’Australia mentre la Svizzera si è piazzata al nono posto dopo la Francia e prima del Giappone. Agli ultimi posti abbiamo invece Sierra Leone, Afghanistan e Niger, un indice quindi non molto diverso da quello del Pil.
Per considerare l’ambiente – un fattore indubbiamente importante non solo da un punto di vista ideologico ma basilare, ad esempio per la salute dei cittadini – due ricercatori dell’università della Colombia britannica, hanno elaborato l’Indice dell’impronta ecologica (vedi figura 2) che oggi è calcolato annualmente dal Global Footprint Network con sede a San Francisco. In sintesi considera, in ettari globali, la superficie di terra biologicamente produttive necessarie a una popolazione per nutrirsi, vestirsi, soddisfare il consumo di energia, costruire le sue infrastrutture e riciclare gli scarti. Questo indice ci dice che un abitante del Bangladesh dispone di 0,6 ettari, un europeo di 4,9 e un americano di 10 ettari. In totale oggi ‘utilizziamo’ 1,5 pianeti, il che è insostenibile sul lungo periodo.
Un altro indice “carino” è l'Happy Planet Index (vedi figura 3) elaborato dal Wellsbergin Center di Londra, che moltiplica la speranza di vita per il grado di soddisfazione degli abitanti e lo divide per l’impronta ecologica. L’obiettivo è quello di valutare l’efficacia ecologica con la quale una società si procura un buon livello di vita. Come evidenzia il grafico sembra esistere una correlazione negativa tra andamento del Pil e questo indice, soprattutto per le prime due potenze economiche mondiali, Stati Uniti e Cina.
In realtà pensare di sostituire il Pil come indicatore della ricchezza di un paese è estremamente difficile per diversi motivi, ma soprattutto perché rimane uno strumento indispensabile per impostare la politica economica di un paese con dati attendibili e reali.
Come detto, l’opinione condivisa è che il Pil non ci dice tutto, ma rimane molto difficile trovare delle alternative praticabili. Probabilmente in futuro si istituzionalizzeranno indici, che potranno fornirci indicazioni complementari a quelle prettamente economiche del Pil. Indicatori che saranno utili anche per le strategie di politica economica, perché è evidente che la gente preferirà vivere in un paese ‘felice’, pulito, equo, piuttosto che in uno dove assieme alla ricchezza crescono anche i disagi. Ma le indicazioni diverse che ne scaturiranno potranno diventare complementari e utili anche per le scelte politiche ed economiche. L’ambiente, il livello di vita, la cultura, potrebbero diventare altrettanto importanti del mercato.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Monday, 08-03-10 09:40
Sonora batosta
La reazione più sincera è parsa quella del co-presidente del sindacato Unia, Andreas Rieger, che a caldo ieri si è detto «sorpreso» del successo del referendum contro il taglio del tasso di conversione nella previdenza professionale. La norma – che riguardava tutti i salariati obbligatoriamente affiliati al cosiddetto secondo pilastro – è stata respinta con il 74 per cento di voti contrari. Una sconfitta più secca di quanto ci si aspettasse per tutti coloro che avevano sostenuto, dato il progressivo aumento della speranza di vita, la necessità di abbassare il tasso di conversione (cioè la percentuale del capitale accumulato trasformata in rendita annua) al 6,4 per cento a partire dal 2015.
Carobbio e Cassis: due analisi opposte
«La popolazione è preoccupata per il futuro delle proprie rendite, anche perché negli ultimi anni è mancata la trasparenza per quanto riguarda la gestione di fondi delle casse pensioni», è il primo commento espresso ieri dalla consigliera nazionale socialista Marina Carobbio. Per esempio, spiega la signora Carobbio, la gente «si è accorta che gli investimenti borsistici portano solo al guadagno di pochi e mettono a repentaglio le rendite. In realtà la situazione delle casse pensioni non è così drammatica come è stata descritta, quindi la popolazione non ha ritenuto necessaria questa riforma».
Secondo il consigliere nazionale del Plr, Ignazio Cassis, invece, «ha prevalso la sfiducia verso le compagnie assicurative, quale riflesso della larga sfiducia verso le banche e anche verso il Consiglio federale, che in questa situazione non è stato credibile nei confronti dei cittadini. E questa sfiducia ha fatto sì che moltissimi cittadini non abbiano nemmeno voluto entrare nel merito della questione. Leggo questo voto come una ‘non entrata in materia’: non se ne vuole neanche parlare finché non si è ristabilita una fiducia verso il mondo economico e l’autorità».
Le conseguenze di questo voto sono naturalmente diverse per i due parlamentari. «Penso che non si possano più proporre a livello federale attacchi che mettano in discussione il nostro sistema sociale», sostiene la parlamentare del Ps. «Soprattutto bisognerà garantire maggiore trasparenza, disposizioni più restrittive per gli investimenti delle casse pensioni nei fondi ad alto rischio ed hedge fund, un’autorità di sorveglianza per le casse pensioni. Ma ad una riforma complessiva che metta in discussione le rendite pensionistiche, dico no. Perché proprio i dati forniti anche dalla controparte in questa campagna di votazione, dimostrano che la situazione non è poi così grave, pur tenendo conto dell’evoluzione demografica».
Per Cassis, adesso occorre anzitutto che banche e assicurazioni riguadagnino la fiducia dei cittadini. «Il cittadino non crede più nei grossi istituti, che pensa siano abitati da ladri». Di riforma del secondo pilastro, invece, neanche a parlarne: «Secondo me il cittadino non ha voluto neanche entrare in materia. Ma questo non vuol dire che abbia detto no al sistema del secondo pilastro.
Quindi occorre, primo, riconquistare la sua fiducia. Secondo, il Consiglio federale deve mettere in atto un’offensiva di comunicazione ed intervenire se l’autoregolazione di banche ed assicurazioni non è sufficiente. E terzo, il problema demografico rimane, la riforma è necessaria e il Parlamento dovrà tornarci su quando magari vi sarà più fiducia. La lezione da trarre è che il Parlamento deve trovare il consenso per risolvere problemi complessi come questo, perché altrimenti si continuerà ad usare la democrazia diretta e i voti non saranno mai di merito ma di principio».
Le reazioni del mondo politico ed economico
Gli oppositori alla riduzione del tasso di conversione hanno strumentalizzato la crisi di fiducia generale, ha affermato in un comunicato il Plr. Questo ‘no’ popolare, secondo il partito di Fulvio Pelli, non fa che rimandare a più tardi il problema del secondo pilastro e penalizza i lavoratori che pagano le quote e i giovani: le ricette della sinistra e dei sindacati non potranno assicurare le rendite a lungo termine.
Per il Ppd, il capogruppo Urs Schwaller invita la sinistra a prendersi le sue responsabilità.
La speranza di vita aumenta; e allora spetta alla sinistra trovare una soluzione per assicurare alle casse pensioni rendimenti sufficienti. Anche per il senatore friburghese, comunque, il risultato del voto è il frutto di una mancanza di fiducia. Socialisti, ecologisti e sindacati esprimono unanimi lo stesso concetto di fondo: il ‘no’ dei cittadini è un segnale di sfiducia e contro altri peggioramenti della socialità. I commenti degli assicuratori, dell’Unione degli imprenditori e di Economiesuisse ricalcano quello del Plr: il problema è solo rinviato.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Monday, 08-03-10 09:40
Uno schiaffo storico sul quale meditare
di Edy Bernasconi
Il no alla riduzione dell’aliquota di conversione del capitale del secondo pilastro era atteso. Il risultato dello scrutinio è però andato oltre le previsioni. Nessun cantone ha accettato la proposta di Consiglio federale e Parlamento e la percentuale dei contrari ha superato il 70 per cento (ha addirittura rasentato l’80 per cento in Ticino). Il voto contrario non ha sorpreso neppure i sostenitori della correzione dell’aliquota: i partiti borghesi compresa l’Udc, fatta eccezione per alcune sue sezioni cantonali, e gli ambienti economici a cominciare dai gruppi assicurativi, che erano quelli più direttamente interessati. Sulla scelta della maggioranza degli elettori ha sicuramente giocato un ruolo importante il clima di sfiducia verso il mondo politico legato alle vicende che hanno toccato il mondo finanziario, dal caso Ubs a quello dei ‘paracadute dorati’ versati ai manager. Lo sdegno dei cittadini si estende alla classe politica in generale e al governo in particolare ai quali vengono imputate risposte deboli e inadeguate. La spiegazione, tuttavia, non può fermarsi qui. Il no al ritocco delle aliquote del secondo pilastro va ad aggiungersi a un altro responso popolare negativo, quello sulla revisione dell’Avs di qualche anno fa. È possibile che, come sostenuto da taluni, abbia prevalso il voto di pancia e dunque la difesa dei diritti acquisiti rispetto ad un ragionamento razionale sul futuro equilibrio finanziario degli enti previdenziali. La scarsa trasparenza delle assicurazioni private, alle quali è affidata gran parte della gestione dei capitali del secondo pilastro, non ha però aiutato i sostenitori del sì. Non va neppure dimenticato che, mentre il popolo era chiamato alle urne per esprimersi sulla Lpp, le Camere stanno affrontando due pesanti ‘dossiers’ come quelli della già citata Avs e della legge sulla disoccupazione. La tendenza che si sta affermando su questi due temi mira a raggiungere un consolidamento delle istituzioni sociali principalmente, se non quasi esclusivamente, scaricando sugli assicurati tutto il peso delle riforme necessarie. Soprattutto sulla questione della disoccupazione, se non vi sarà un cambiamento di indirizzo attraverso la ricerca di un consenso che oggi non c’è, sinistra e sindacati sono pronti a lanciare un altro referendum, intenzione che il risultato di ieri non farà che rafforzare.
È stato invece un voto senza storia quello sul nuovo articolo costituzionale che pone basi più certe per la ricerca condotta sull’essere umano, basi attese da tempo non solo dall’industria medico-farmaceutica ma anche dal settore pubblico. Come non ha fatto storia il rifiuto della proposta di obbligare i cantoni a istituire la figura dell’avvocato degli animali.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Monday, 08-03-10 09:39
Festa e dibattito nella Pittureria delle Officine di Bellinzona
Il 7 marzo 2008 gli operai incrociarono le braccia contro la ristrutturazione
Il popolo delle Officine è tor¬nato ad occupare, questa volta pacificamente, la mitica Pitture¬ria. Due centinaia di perone han¬no risposto all'appello della neo¬nata «Associazione giù le mani dalle Officine» che sabato ha or¬ganizzato una festa per ricorda¬re lo storico sciopero di due an¬ni fa contro la ristrutturazione ed il relativo taglio d'impieghi allo stabilimento industriale di Bel¬linzona. Il mese di agitazione, co¬me si ricorderà, si concluse con un successo degli operai che, gra¬zie anche l'ampio sostegno po¬polare ed istituzionale, costrin¬sero i vertici delle FFS ad aprire un tavolo d trattaive nella quale si sono gettate le basi per la so¬pravvivenza e lo sviluppo delle Officine. La festa è stata precedu¬ta da un dibattito sul tema «Co¬struire assieme uno sviluppo in¬dustriale: una possibile via d'usci¬ta dalla crisi economica».
(corriere del ticino)
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Monday, 08-03-10 09:39
Polo tecnologico, ‘poca volontà politica’
Iniziativa popolare sulle Officine Ffs, le conclusioni dello studio Supsi chiesto dal governo. Oggi viene consegnato a Sadis
MA.MO.
A due anni dallo sciopero delle Officine Ffs di Bellinzona, quest’oggi il gruppo di cinque professori e ricercatori Supsi incaricato dal governo ticinese di eseguire uno studio di fattibilità sulla proposta di creare in città un polo tecnologico nel settore dei trasporti, consegnerà i risultati alla consigliera di Stato Laura Sadis. E con essa li discuterà.
La proposta era stata lanciata dai lavoratori dello stabilimento durante la mobilitazione ‘Giù le mani dalle officine’ tramite un’iniziativa popolare sottoscritta da 15 mila persone. L’iniziativa è da mesi ferma in governo e parlamento con la mozione presentata dal sindaco e granconsigliere Brenno Martignoni. La Commissione della gestione vuole conoscere i risultati dello studio prima di esprimersi all’indirizzo del plenum.
Sabato scorso il coordinatore del gruppo Supsi, il professor Roman Rudel, durante la conferenza intitolata “Costruire insieme uno sviluppo industriale: una possibile via d’uscita dalla crisi economica” organizzata in pittureria con una festa popolare per sottolineare i due anni dall’avvio dello sciopero, ha dato alcune anticipazioni. «Sono conclusioni in chiaro-scuro». Preoccupante un dettaglio: «L’accesso ai dati è stato favorito dal comitato di sciopero ma non dalla controparte. Non abbiamo potuto operare in piena libertà, quasi fossimo sotto controllo. Ancora oggi non sappiamo se ci sia stato dato accesso a tutti i dati necessari per poter radiografare lo stato di salute delle Officine».
Quel che risulta chiaro è che «il processo di miglioramento della produttività era iniziato già prima dello sciopero, ma con investimenti privi di logica e basati su indicazioni date da consulenti esterni. Episodi isolati che non davano coerenza alla struttura e nemmeno la necessaria importanza alla clientela. Il lavoro veniva svolto con competenza ma ai piani alti mancava una reale e precisa concezione del committente. Una situazione decisamente ‘particolare’ per un’azienda di medie-grosse dimensioni». In questo contesto «non si riesce a capire come la direzione delle Ffs fosse giunta due anni fa alla decisione di chiudere». Sciopero e mobilitazione – seguiti dai miglioramenti all’ufficio clienti e nella gestione dei processi lavorativi – hanno dimostrato che era una decisione sbagliata.
La Supsi ha inoltre scoperto un ‘effetto marketing’ della mobilitazione: i clienti non solo apprezzano la qualità del lavoro svolto «ma considerano lo sciopero un elemento di forte attaccamento dei lavoratori all’alto livello di prestazione offerta». Senza entrare troppo nei dettagli, Rudel ha rilevato che lo studio «ha individuato nuovi prodotti e servizi qui facilmente implementabili senza grandi investimenti».
Già. Ma vi sono le premesse per realizzare un polo tecnologico che formi specialisti in collaborazione col mondo accademico? «Purtroppo – ha risposto il professore – non vedo una forte volontà politica di andare in questa direzione. Non vedo una relazione col mondo dello sviluppo. L’autorità politica, stando a quanto da noi accertato, è chiusa in una gabbia ideologica e ha paura d’intervenire per salvare l’industria dopo aver messo tanti soldi per salvare le banche».
Quello che pochi minuti prima di Rudel, sabato in pittureria, avevano ben descritto gli economisti Mauro Baranzini e Christian Marazzi – e cioè che la Svizzera e molte altre nazioni, Usa in testa, si stanno svenando per salvare le banche sull’orlo del fallimento a causa degli errori della finanza – il coordinatore del gruppo Supsi lo ha tradotto in una parola: «Pessimismo. Perché oltre alle barriere ideologiche vedo anche, nella politica, una mancanza di competenza generata dalla pratica del ‘meno Stato’».
Competenza che invece viene «espres- sa quotidianamente da chi opera alle Officine con risultati riconosciuti a livello internazionale», ha concluso Rudel: «Come oltralpe i politecnici lavorano con i grandi gruppi industriali, auspichiamo che anche la Supsi possa e sappia lavorare con le Officine. Ma, per come stanno le cose oggi, sembra quasi che le Officine scottino. Nessuno le vuole toccare. Eppure giocheranno un ruolo chiave nell’era post-petrolio». E questo proprio a Bellinzona – ha paradossalmente rilevato sabato l’oncologo Franco Cavalli – dove la politica cantonale ha investito, e investirà ancora, svariati milioni per creare, sostenere e sviluppare il biopolo.
Il giornalista e sociologo del lavoro, Sergio Agustoni, ha dal canto suo ricordato che nel 2013 Ffs Cargo dovrà rinegoziare il contratto con le Officine di Bellinzona. Le quali, incorporate nella sezione viaggiatori, si ritrovano oggi a gestire la partita su un livello di competizione più elevato, e spietato, con gli stabilimenti gemelli d’oltralpe. Gianni Frizzo, operaio e presidente del Comitato di sciopero e dell’associazione ‘Giù le mani...’, evidenzia infine che «in questo momento c’è lavoro e abbiamo bisogno di nuova manodopera. Se non si soddisfano queste esigenze, c’è il rischio di perdere in futuro commesse preziose».
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Sunday, 07-03-10 21:14
Fantasia sugli scaffali
per combattere la crisi
Mauro Spignesi
Contro la crisi, contro il calo delle vendite, contro la latitanza dei clienti, scende in campo la fantasia. Ed ecco, allora, arrivare nuove associazioni, tessere sconto, campagne pubblicitarie, promozioni mirate. Perché per far risalire i fatturati dei negozi servono soprattutto le idee. Chi ha quelle vincenti, ha più possibilità di sopravvivere. “Bisogna scrostare via quel blocco psicologico, quella paura che assale la gente e la tiene lontana dagli acquisti”, racconta Domenico Chiefari, che insieme a un gruppo di colleghi ha fatto esordire qualche giorno fa la “Cle” (Commercianti del Locarnese per eventi). “Noi - riprende - siamo una decina, c’è l’albergatore, la fiorista, il fotografo, l’animatrice, l’architetto d’interni e l’orefice. Chi viene da uno di noi può automaticamente usufruire degli sconti anche degli altri associati nel caso chiedesse un servizio globale. Poi, dettaglio affatto secondario, vogliamo garantire l’assoluta trasparenza dei costi”. Il consumatore, dunque, si conquista anche con nuove proposte. Ma soprattutto “facendo qualcosa di più, lavorando di più, offrendo più momenti per fare shopping”, ha spiegato Carlo Coen, presidente del Gruppo commercianti di Chiasso che da tempo ha dato vita alla manifestazione domenicale “negozi aperti”. Da Locarno a Chiasso, dunque, le iniziative si moltiplicano. E si affiancano a quelle tradizioni con le canpagne di sconti o le tessere fedeltà che ormai quasi tutte le aziende propongono ai loro clienti.
Perché la crisi, nonostante gli indicatori rivelino che c’è una risalita, lenta ma costante, nei negozi si sente. “Chi più, chi meno, ha le sue preoccupazioni. E forse è anche per questo che è difficile mettere insieme gli imprenditori e organizzare manifestazioni”, spiega Paolo Poretti della Società commercianti di Lugano. “Naturalmente - riprende - tutte le iniziative sono benvenute, il problema è quanto si fanno campagne per offrire al consumatore sconti standard. Magari si fissa il 10 per cento, ma c’è il commerciante che ha articoli dove se scende anche poco rispetto al prezzo di partenza è già in perdita”. Comunque, le rassegne hanno sempre un effetto-traino. Anche se non sono organizzate direttamente dai negozianti. Un esempio arriva da Bellinzona, dove il Rabadan ha moltiplicato gli affari. E dove la situazione, come ha spiegato recentemente a “Il Caffè” il presidente dei commercianti Brenno Pezzini, “è relativamente buona anche se c’è molta preoccupazione perché non tutti sanno come andrà a finire quest’anno”.
Ecco: la preoccupazione. Un freno a mano di fronte alla propensione agli acquisti. Si può superare? “Il problema di fondo è uno solo: credere in quello che si fa. Solo così le nostre idee avranno gambe per muoversi, andare avanti”, commenta Nadia Piaggi, dei commercianti del Locarnese (Cle): “Noi siamo affacciati sul Lago Maggiore e vogliamo restare qui. Io penso che la creatività e l’associazionismo siano due importanti leve per battere la crisi dei consumi, liberare le potenzialità imprenditoriali (e da noi sono molte) e contrastare la concorrenza sempre più aggressiva che arriva da Lugano ma soprattutto dall’Italia”. A Locarno propongono una serie di servizi per eventi e cerimonie, dal matrimonio sino alle comunioni, o anche convegni e meeting.
Così, se qualche esperienza positiva affiora, come nel caso di Chiasso e Locarno, resta tuttavia intatta la difficoltà di mettere insieme tanti imprenditori che lavorano in settori diversi. “Questo è un aspetto che non va sottovalutato. Bisogna prenderne atto e insistere”, spiega Arrigo Giordano della Società commercianti del Mendrisiotto: “Le manifestazioni in linea generale sono sempre positive, perché ci si propone al cliente, si promuove il territorio e le sue potenzialità. L’importante è fare fronte comune, mostrarsi tutti d’accordo e andare avanti”. Con fantasia.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Sunday, 07-03-10 21:14
“Immobiliari e grandi negozi fanno lavorare le ditte estere”
Libero D'Agostino
Porte e finestre di casa, l’impianto elettrico o il tinteggio? Made in Switzerland naturalmente, meglio ancora se in Ticino. L’artigiano di casa nostra innazitutto, prima ancora della convenienza economica, sostengono i ticinesi, compattati in un consenso bulgaro, 73%, da una voglia protezionistica che, a giudicare almeno dalle risposte del sondaggio, più patriottarda non si può. “Non mi meraviglio affatto di questa risposta, ma non è solo protezionismo. La stragrande maggioranza dei ticinesi per questi lavori vuole avere la garanzia di sapere con chi ha che fare, e se c’è, poi, qualcosa che non va a chi rivolgersi” afferma Paolo Senn, presidente dell’Associazione imprenditori pittori. Per gli artigiani ad aprire le porte alle ditte straniere sono oggi soprattutto le grandi catene di negozi e i grossi immobiliaristi.
Certo la concorrenza di ditte “mordi e fuggi”e dei padroncini stranieri c’è eccome, visto che in un anno si perdono una cinquantina di milioni di lavori che vanno a ditte estere, nota Francesco Lurati, presidente dell’Associazione dei fabbricanti di mobili e serramenti: “Ma molti di quelli che si sono affidati a queste ditte, pensando di risparmiare, si sono poi pentiti. Possiamo dire che il grosso della popolazione privilegia le imprese locali anche per una ragione di qualità, di affidabilità nell’esecuzione dei lavori e di rapporto diretto con l’artigiano”. Insomma, i privati, i committenti comuni hanno capito, come dice Senn, “che chi più spende meno spende”, perché alla fine della fiera la qualità significa anche risparmio e, per di più, soldi che restano qui. È soprattutto il meccanismo dell’impresa generale,per la costruzione, ad esempio, di un grande edificio che apre il mercato a ditte che giocano al ribasso coi prezzi. E allora se ne vedono delle belle. Come il caso segnalato da un lettore di un tinteggio, a prezzo stracciato, di una casa con l’isolazione termica fatta direttamente su delle pareti ammuffite, senza ripulirle. Un lavoro da rifare, con altri 100 mila franchi di spesa. Ma se ne vedono anche di brutte: operai stranieri che lavorano sino a 63 ore alla settimana con cantieri aperti pure il sabato: “Si stanno cancellando quei diritti che i lavoratori avevano conquistato 40 anni fa.Una spirale infernale che per forza di cose mette sotto pressione anche le ditte locali. Ma quello che può sembrare un guadagno è una perdita per tutta la società” osserva amaramente Lurati.
La concorrenza si fa sentire persino in un settore come quello degli impianti elettrici per la cui esecuzione ci vuole il certificato federale di maestria. “Ma in generale i piccoli committenti non si rivolgono alle ditte estere. A dare loro i lavori sono soprattutto le grandi catene di negozi e i grossi immobiliaristi che si rivolgono ad ditte di artigiani tutto fare con tariffe sotto prezzo. Oggi arrivano persino dalla Sicilia”, afferma Gianni Albertoni, presidente dell’Aiet, l’Associazione installatori elettricisti ticinesi.
Indubbiamente, riconosce Senn, la concorrenza è servita a calmierare i prezzi: “Ormai le nostre ditte lavorano a costi assai tirati. Tuttavia non si può andare oltre un certo limite”. A preoccupare gli artigiani non sono solo le ditte italiane, ma l’arrivo sempre più frequente di ditte austriache e tedesche con manodopera dell’Est europeo: “ Che non vanno tanto per il sottile - afferma Lurati-. Le imprese italiane, quelle serie beninteso, hanno ormai i nostri stessi prezzi, perché la qualità costa per loro come per noi. Quindi é normale che il ticinese che ristruttura o costruisce casa si rivolga a noi”. Nemmeno Albertoni si meraviglia di quel 73% che preferisce le ditte svizzere: “Perché sa come lavoriamo e dove trovarci se c’è qualche problema”.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Sunday, 07-03-10 21:13
Quei politici
pagati dalle banche
Loretta Napoleoni
La scorsa settimana un’inchiesta del giornale Das Magazine ha denunciato che personaggi politici svizzeri fanno parte di commissioni bancarie che si riuniscono una o due volte l’anno e per le quali percepiscono anche 70 mila euro l’anno. Ma non si tratta di un compenso, piuttosto è un investimento che la banca fa per assicurarsi che costoro difendano, quando ce ne sia bisogno, i propri interessi in parlamento. Lo stesso fenomeno si riscontra un po’ dovunque in occidente, membri del parlamento britannico sono direttori onorari del consiglio d’amministrazione di molte banche. Negli Stati Uniti poi è normale che le cariche di stato più alte, come il ministro del tesoro ed il governatore della Riserva Federale, vadano ad ex banchieri di Wall Street, gente con alle spalle una brillante carriera nel settore privato. Naturalmente ciò crea un conflitto d’interessi che però, sebbene tutti conoscano, nessuno ha il coraggio di denunciare.
Il pericolo peggiore prodotto dal rapporto incestuoso tra settore privato e politica non è però la corruzione, che sicuramente esiste, nè il conflitto d’interessi, di cui abbiamo avuto prova con il crollo della Lehman Brothers ed il salvataggio della Aig, ma la perdita da parte dello stato di quella posizione di organismo super partes dalla quale perseguiva gli interessi della comunità e non quelli dei singoli gruppi. Gran parte degli squilibri economici degli ultimi vent’anni sono sicuramente relazionati a questo fenomeno. Basta ricordare la storia della Enron che pagò una grossa fetta della campagna elettorale di George W. Bush. In cambio ottenne la deregulation dell’industria elettrica in California. La speculazione selvaggia che seguì, però, porto questo stato sull’orlo della bancarotta e segnò la fine della Enron. Gli interessi delle lobby finanziarie molto spesso non coincidono con quelli delle nazioni perchè queste non hanno una visione di grand’angolo dell’economia come dovrebbero avere i politici, questa la lezione del fallimento della Enron.
Ci troviamo di fronte ad una situazione analoga, le lobby finanziarie occidentali sono riuscite ad evitare una riforma conservatrice della deregulation sfruttando quei legami “professionali” che hanno sapientemente creato con i politici negli ultimi vent’anni. Ciò significa che nulla è stato fatto per evitare che si formi un’altra bolla simile a quella dei muti subprime. Lo ha ricordato questa settimana l’ex braccio desto di Henry Paulson, Paolo Pellegrini, quando ha affermato che i problemi strutturali che hanno creato la grande recessione rimangono tutti irrisolti. Essenzialmente li abbiamo messi da parte indebitandoci ulteriormente. Per il momento la Cina sostiene la ripresa mondiale ma fino a quando potrà esportare in un mercato ormai saturo di prodotti? Lo squilibrio, secondo Pellegrini, continua a poggiare su un assunto surreale: l’occidente si indebita e consuma mentre ad oriente si risparmia e si produce. Se le cose non cambiano, dunque, dobbiamo prepararci per un’altra grande depressione.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Sunday, 07-03-10 21:12
Per il gruppo Raiffeisen
utile netto e soci in crescita
Utile netto in crescita del 14,4% rispetto al 2008, a 645,4 milioni di franchi. Il gruppo Raiffeisen ha chiuso così l'esercizio 2009. Non solo una tenuta sostanziale dunque ma anche un balzo in avanti negli affari in un momento difficile per l'economia e per la piazza finanziaria svizzera. Il denaro fresco invece ha continuato ad affluire nelle casse della Raiffeisen: i fondi della clientela sono aumentati del 6,4%, a 110,7 miliardi di franchi. L'anno scorso Raiffeisen, terzo gruppo bancario elvetico, si è guadagnato 101'000 nuovi clienti e 70'000 nuovi soci, indica una nota diramata dall'istituto. Raiffeisen contava a fine anno 3,3 milioni di clienti e 1,6 milioni di soci.
|
|
|
piergiorgiorangoni@sunrise.ch
|
Sunday, 07-03-10 11:41
di ritorno dalla pittureria per il secondo anniversario dello sciopero delle officine ho qui con me la registrazione dei dibattiti che sono stati proposti.per chi ne fosse interessato prendere contatto con...email completo indicato.
l'ascolto puo essere prezioso!
a presto per chi vuole da piergiorgio rangoni
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Saturday, 06-03-10 13:44
Sfrattati gli orti, la parrocchia vende
A Breganzona disdetta per 29 cittadini: ‘Il Municipio che cosa fa?’
È da più di venti anni che quei terreni, nella parte bassa di Breganzona al confine con il quartiere Vergiò, vengono vangati e zappati in un colorato paesaggio tinteggiato da pomodori, cavolfiori, cime di rapa e zucche. Sono gli orti che sorgono su una superficie di circa 5 mila mq in parte di proprietà della città di Lugano (2’217 mq) e in parte della Parrocchia di Biogno-Breganzona (2’787 mq). Orti che presto saranno cancellati: negli scorsi giorni i 29 “titolari” di una zolla di terra, o meglio coloro che hanno ricevuto in affitto a una cifra simbolica un piccolo appezzamento da coltivare, hanno ricevuto una lettera in cui si comunicava loro la disdetta. In altre parole, entro la fine dell’anno baracche e orti dovranno sparire.
«La disdetta è stata inviata poiché la Parrocchia intende vendere il suo fondo, che sarà destinato a una probabile nuova edificazione. Il terreno si trova in zona edificabile R3» scrivono Michele Kauz e Giovanna Viscardi. I due consiglieri comunali del Plr sollevano la questione attraverso un’interpellanza con la quale chiedono in sostanza al Municipio di Lugano se è «in- tenzionato a trovare una soluzione alternativa e proporre alle persone che finora hanno potuto beneficiare di questo apprezzabile progetto altri appezzamenti di terreni da adibire a orti comunali». Oppure se non potrebbe essere la stessa città a riscattare la particella della parrocchia e mantenere così l’attività degli orti.
Già, perché l’orto ha una sua valenza sociale soprattutto per quei pensionati che investono il loro tempo libero in questo hobby.Tanto che c’è chi ne vorrebbe di più di orti messi a disposizione per la popolazione. Nel caso specifico è difficile che il terreno adiacente a una zona già altamente edificata possa rimanere ancora a uso verde, consci di ciò Kauz e Viscardi suggeriscono un nuovo terreno, sempre a Breganzona, dove potrebbero nascere nuovi orti. Si tratta della particella 1657 della superficie di 3’175 mq situata in zona Povrò (vicino a dove dovrebbe sorgere anche la nuova sede della Croce verde di Lugano) e di proprietà della città.
La decisione di vendere il terreno da parte della parrocchia c’è chi la spiega con il bisogno di nuove entrate dopo la costruzione della chiesa parrocchiale della Trasfigurazione del Signore che, inaugurata la scorsa domenica e progettata dall’architetto Giampiero Camponovo, è costata parecchi milioni di franchi e ha comportato un notevole sforzo finanziario.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Saturday, 06-03-10 13:43
Londra, incasso miliardario con la tassa sui bonus
Londra – Oltre 2,5 miliardi di sterline. È quanto finirà nelle casse del tesoro britannico grazie alla super-tassa sui bonus introdotta il dicembre scorso dal Cancelliere dello Scacchiere Alistair Darling. Molto più di quanto il governo si aspettasse, visto che le previsioni del ministro delle Finanze s’erano ‘accontentate’ di 550 milioni di sterline. A rivelare l’entità dell’extragettito – molto utile in tempi di elezioni politiche – è il Financial Times.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Saturday, 06-03-10 13:43
Il governo approva il sussidio per la cassa pensioni Ffs
La Confederazione si accollerebbe circa la metà del debito. Il dibattito si preannuncia acceso
Berna – La Confederazione verserebbe quasi 1,2 miliardi di franchi per risanare la cassa pensioni delle Ferrovie federali svizzere (Cp Ffs). Ma pone una condizione: che le Ffs e la loro cassa pensioni rinuncino definitivamente ad ogni altra pretesa. L’altra metà del costo del risanamento (che in totale ammonta a 2,2 miliardi) graverà invece sulle Ffs e sugli assicurati attivi o già pensionati.
È da alcuni anni che la Cp Ffs presenta un grado di copertura insufficiente, pari all’84,4 per cento. Si aggiunga che la cassa ha un’elevata quota di beneficiari di rendite, che frena gli sforzi di risanamento. La soluzione proposta ieri dal Consiglio federale prevede che la Confederazione si assuma, con un contributo straordinario di 1,148 miliardi di franchi, il deficit cumulato a fine 2006, nonché i costi risultanti dalla riduzione dal 4 al 3,5 per cento del tasso tecnico d’interesse. Sono comunque escluse le perdite subite dalla cassa sul mercato finanziario o per pensionamenti anticipati volontari, che non vanno quindi a gravare sui contribuenti.
Il solo contributo federale non basterà però al risanamento totale. Le Ffs, quale datore di lavoro, dal 1° gennaio 2010 dovranno assumersi costi per 938 milioni di franchi e versare contributi di risanamento tra il 2 e il 2,5 per cento fino al grado di copertura del 100 per cento. Gli assicurati, dal canto loro, dovranno subire l’aumento dell’età pensionabile da 63 e mezzo a 65 anni e versare contributi di risanamento tra il 2 e il 2,5 per cento. Dal 2010 il loro avere di vecchiaia verrà remunerato con l’interesse minimo Lpp fino al grado di copertura del 107,5 per cento; e i beneficiari di rendite non riceveranno alcun adeguamento al rincaro, verosimilmente sino al 2019. Il messaggio trasmesso ieri dal governo al Parlamento indica anche che l’aiuto federale sarà accordato soltanto se le Ffs e la loro cassa pensioni rinunceranno definitivamente ad ogni pretesa nei confronti della Confederazione, cioè alle loro domande di ricapitalizzazione pari rispettivamente a 3,276 e 2,715 miliardi di franchi. All’inizio il governo proponeva di versare solo 662 milioni di franchi. Le Ffs avevano allora minacciato di far causa, e poi deciso di attendere una soluzione politica.
Ora il dibattito alle Camere si preannuncia teso. Plr e Udc sono contrari ad usare denaro pubblico per colmare il deficit della Cp Ffs. Il Ps invece è a favore del massimo, ovvero dei 3,4 miliardi di franchi desiderati dal Sev (il sindacato dei ferrovieri). E il Ppd preferirebbe il sostegno da 662 milioni.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Saturday, 06-03-10 13:42
Gesù e le donne
a cura del Dr. Paolo de Petris, pastore della Chiesa riformata di Bellinzona
Lunedì 8 marzo si celebrerà in tutto il mondo la giornata internazionale della donna. Circa un secolo fa in questo periodo a Chicago un gruppo di donne che stavano scioperando per richiedere maggiore giustizia sociale, venne attaccato dalla polizia e alcune decine di esse trovarono la morte.
Per ricordare questo triste e luttuoso avvenimento si è presa la consuetudine di celebrare l’8 marzo come una giornata di riflessione su quella che è oggi la condizione delle donne e anch’io desidero dare il mio contributo, affrontando il problema della posizione e del ruolo della donna dal punto di vista cristiano.
Nella prima comunità cristiana moltissime erano le figure femminili di primo piano: basti ricordare Maria Maddalena, Giovanna e Susanna e molte altre che aiutavano Gesù ed i suoi discepoli con i loro beni (Luca 8:3). Vi erano poi Marta e Maria, per non parlare della adultera che Gesù aveva salvato dalla condanna a morte.
Maria di Magdala ed altre donne tra cui anche Maria la madre di Gesù assistettero alla crocifissione di Cristo, mentre gli altri discepoli ad eccezione di Giovanni, erano fuggiti (Giovanni 19:25 e segg.). Tra i tanti testi che testimoniano l’affetto e la stima che Gesù aveva per le donne vale la pena di ricordare quello riportato nel Vangelo di Marco al capitolo 14. Ai discepoli che avevano trovato discutibile l’atteggiamento di una sconosciuta che aveva versato un alabastro d’olio odorifero sul capo di Gesù, il maestro aveva risposto: «Lasciatela, perché le date noia? Essa ha fatto una bella azione nei miei confronti. I poveri, infatti,li avrete sempre con voi e quando vorrete potrete fare a loro del bene. Non sempre invece avrete me. Io vi dico che per tutto il mondo, dovunque sarà predicato l’Evangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato in memoria di lei».
Il capitolo I degli Atti ci ricorda che nella chiesa costituitasi dopo l’Ascensione non vi erano soltanto gli apostoli, ma le donne con Maria, la madre di Gesù, mentre dopo la Pentecoste vi erano tra l’altro le quattro figlie di Filippo, che avevano il dono della profezia (Atti, 21,9).
C’erano poi Evodia e Sintiche, che avevano lottato con l’apostolo Paolo per la diffusione dell’Evangelo (Filippesi 4:3). C’era Priscilla che stando ad Atti 18:26 insieme al marito aveva istruito più accuratamente nella fede cristiana Apollo, e che Paolo definì suoi collaboratori nel servizio di Gesù Cristo (Romani 16:3).
Vi erano poi moltissime altre donne menzionate al capitolo 16 della lettera ai Romani tra cui Trifena, Trifosa e la cara Perside alle quali Paolo attribuì il merito di aver molto lavorato per il Signore e Febe, diaconessa della chiesa di Cencre.
Purtroppo la sconvolgente novità del messaggio paolinico secondo il quale non ha più alcuna importanza l’essere Ebreo o Pagano, schiavo o libero, uomo o donna, perché uniti a Gesù Cristo si è diventati un sol uomo (Galati 3:28), passò presto sotto silenzio.
Il ruolo della donna che negli Evangeli era stato centrale, basti solo pensare al fatto che secondo l’evangelista Giovanni fu Maria di Magdala ad essere la prima testimone della Resurrezione (Giovanni 20), tornò con il tempo ad essere marginale.
Alle donne vennero negati fondamentali diritti, prima di tutto quello di poter accedere al ministero, anche se nelle chiese nate dalla Riforma protestante l’ordinazione delle donne è una realtà oramai riconosciuta dal secolo scorso.
La federazione delle donne evangeliche in Italia in un comunicato stampa del 1° marzo (http://icnnews.com/?do=news&i[..] ha invitato a celebrare un 8 marzo non rituale per ricordare tutte le donne che nel mondo si vedono private e minacciate nei loro diritti. Non ci si può che associare a questo invito e personalmente esprimo l’auspicio che il ventunesimo secolo possa segnare per tutte le chiese che non riconoscono ancora il ministero femminile un decisivo cambiamento di rotta restituendo alla donna quello che Gesù le aveva
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Saturday, 06-03-10 13:41
Divario salariale uomo/donna, Bruxelles si muove
Bruxelles – La nuova Commissione europea vuol dare battaglia al gap salariale tra uomini e donne attualmente al 18% nell’Ue. I dati fotografati da Eurostat evidenziano che l’Italia è il paese Ue con lo scarto minore (4,9%), un dato che gli esperti attribuiscono ai salari bassi anche per gli uomini e al fatto che ci sono meno donne con un lavoro poco qualificato o part-time. Il divario in Spagna è del 17,1%, in Francia del 19,2%, in Gran Bretagna del 21,4% e in Germania del 23,2%. Maglia nera è l’Estonia (30,3%).
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Saturday, 06-03-10 13:40
L’inchiesta di ‘Geniodonna’
Anche nei giornali una presenza ridotta
Secondo l’inchiesta della rivista ‘Geniodonna’ anche nei giornali ticinesi (Corriere del Ticino, laRegione e Giornale del Popolo) la presenza di donne nei posti di responsabilità è decisamente limitata: una su quindici nel quotidiano luganese, due su dieci nel nostro giornale e due su nove nel foglio della Curia. E a livello di amministrazioni e aziende cantonali, banche, sanità, partiti e sindacati come stanno le cose? Ecco alcune percentuali dei posti di comando assegnati alle rappresentanti del “gentil sesso” così come riportati nel servizio del periodico: Ffs 4%, La Posta 22%, Migros 20%, Swisscom 10%, Banca dello Stato 20%, Raiffeisen 11%, Unione di Banche Svizzere 20% Ente ospedaliero cantonale 7%, Rsi 19%, Partito liberale radicale 1 presenza fra i tre vicepresidenti, Partito popolare democratico 2 donne su 11 membri nell’Ufficio presidenziale, Partito socialista un vicepresidente donna, Lega dei Ticinesi 6 donne presidenti su 35 sezioni e Unione democratica di centro 5 donne su 45 membri del comitato cantonale. Sempre secondo l’inchiesta, alcune aziende hanno lanciato delle iniziative per colmare le differenze: per esempio la Banca Raiffeisen con il “piano diversità”, un programma che vuole creare le premesse per permettere alle donne di accedere ai posti di comando o di responsabilità.
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Saturday, 06-03-10 13:40
Chi dice donna non dice potere
In Ticino i posti che contano vanno spesso a uomini. Simoneschi Cortesi: ‘Un chiaro segnale di discriminazione’
Lunedì è il giorno internazionale della donna. E allora, viva le donne! Già... ma intanto, stando a una inchiesta della rivista insubrica ‘Geniodonna’ (dal titolo ‘Ticino, donne e lavoro’) ci si accorge che nel nostro cantone i posti di responsabilità, quelli che contano, sono nella stragrande maggioranza dei casi sempre riservati agli uomini. Scrive il periodico stampato a Como: «Sono poche le donne che ricoprono ruoli dirigenziali nel settore pubblico e privato». Un dato che fa a pugni con la tanto sbandierata parità di diritti invocata un po’ da tutte le parti (partiti e associazioni varie) e in controtendenza con il resto della Svizzera, dove le pari opportunità non sono solo una pia illusione. «Sono dati che non mi sorprendono affatto – dice Chiara Simoneschi Cortesi, consigliera nazionale Ppd e già presidentessa della Camera bassa –. Questo è un chiaro segnale che la discriminazione delle donne nel mondo del lavoro e nella vita sociale è una piaga ben lungi dall’essere debellata. E purtroppo ci tocca da vicino». Un fenomeno ancora radicato in Svizzera, malgrado gli sforzi della politica per combatterlo. «La disparità di trattamento a livello di quadri (e di riflesso di salari: la donna storicamente riceve meno degli uomini) non è stata sconfitta, malgrado dal 1981 esista nella nostra Costituzione un articolo che parla chiaramente di pari opportunità – sostiene la parlamentare ticinese –. E questa è una situazione secondo me scandalosa».
Cosa fare per cambiare questo quadro che tocca soprattutto il Ticino? «Bisogna fare molto di più. Tanto per cominciare facilitare quelle donne che hanno dei bambini e vanno a lavorare con delle misure concrete. Ne cito alcune: l’introduzione degli asili nido nelle aziende, l’unificazione degli orari delle scuole e degli asili in modo tale che una mamma non debba fare i salti mortali per accompagnare i propri figli, e la creazione di mense per i bambini di quei genitori che lavorano. Ad onor del vero, possiamo dire che piano piano si sta facendo qualcosa. Appunto, piano piano....».
È una questione di sensibilità? «Di sensibilità, cultura e volontà – dice Chiara Simoneschi Cortesi –. E a proposito vorrei ricordare che recentemente due aziende ticinesi, la Rsi e uno studio di ingegneria sono stati premiati per aver introdotto un sistema perfettamente rispettoso delle pari opportunità all’interno delle loro imprese».
La situazione in Svizzera non sembrerebbe così negativa: dal 2010 tre donne siedono infatti alla testa delle cariche politiche più importanti del Paese (Doris Leuthard è presidente della Confederazione, Pascale Bruderer Wyss presidente del Consiglio nazionale ed Erika Forster Vannini, presidente del Consiglio degli Stati): «Siamo tutte contente, ci mancherebbe – continua Chiara Simoneschi Cortesi – E credo che sia un fatto positivo anche a livello di immagine. Ma purtroppo si tratta di un semplice caso. Bellissimo finché si vuole ma pur sempre un caso». E aggiunge: «Nel parlamento svizzero direi che non siamo messe troppo male, visto che il 30% della deputazione è femminile. Ma in Ticino è di poco sopra il 12%. Un dato questo molto preoccupante».
Lunedì, come detto, si celebrerà la giornata della donna. Che messaggio lancia? «Si tratta di una ricorrenza importante – sottolinea la deputata ticinese –, una ricorrenza che deve far meditare e riflettere tutti. Le disparità sono ancora enormi. In particolare a livello di quadri. Credo anche che il giorno della donna debba essere... tutti i giorni. E cioè bisogna sempre ricordarsi che ci sono ancora tante donne che sono vittime dello sfruttamento, della prevaricazione e della violenza domestica».
Simoneschi Cortesi spende poi due parole anche sul fenomeno della prostituzione in Ticino: «Anche nella nostra piccola realtà negli ultimi anni si è sviluppato il fenomeno dello sfruttamento e della tratta. Queste ragazze, che provengono da paesi lontani, sono vittime di un sempre più fiorente mercato contro il quale i cittadini hanno il dovere di ribellarsi».
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Friday, 05-03-10 17:27
Soltanto se i soldi passeranno dal nero al verde
‘Sì’ ambientalista all’amnistia, ma solo con un reinvestimento ecologico dei capitali
«Si potrebbe anche alleggerire il carico fiscale, per esempio condonando gli interessi di mora o abbassando le aliquote, per chi dimostra di voler destinare i capitali in nero a provvedimenti di risparmio energetico». È questa la controproposta dei Verdi all’amnistia fiscale cantonale. Secondo quanto scritto dagli ambientalisti ticinesi in una nota alla stampa: «In questo modo le risorse resesi disponibili finirebbero nell’economia reale e migliorerebbero lo stato ambientale del cantone, con un beneficio generale e non solo per i beneficiari del provvedimento».
Ma la posizione del movimento ecologista non si limita a questo, nel comunicato si auspica infatti inoltre che «una parte del gettito una tantum conseguito con l’amnistia venga stornato ai contribuenti virtuosi». In altre parole che un po’ di quanto raccolto venga ridistribuito a tutti quelli che hanno «regolarmente e onestamente pagato le tasse». Questo per i Verdi potrebbe avvenire sotto la forma di un bonus per gli anni 2010 e 2011.
I Verdi sono dunque disposti a prendere in considerazione la proposta del governo «solo nel caso in cui le criticità verranno affrontate nel senso auspicato», in caso contrario si opporrebbero a un provvedimento che «sarebbe di dubbia efficacia». Non solo, la proposta è stata definita pure «preci- pitosa e incompleta», perché «non è specificata la destinazione degli eventuali fondi riemersi», e pure poiché «un’amnistia solo a livello cantonale rischia di rivelarsi inefficace».
In pratica nella congiuntura attuale i Verdi riconoscono che «ci possano essere ragioni a favore di un’amnistia fiscale». Visto anzitutto il tempo passato dall’ultimo provvedimento simile, che permette di rispettare il principio dell’eccezionalità di questa misura. Ci sono poi le pressioni internazionali sul segreto bancario e la probabilità sempre maggiore che anche per i cittadini che vivono in Svizzera verrà a cadere la distinzione tra evasione e frode fiscale, un’amnistia «offrirebbe quindi l’opportunità di regolarizzare la propria posizione a chi lo desiderasse». Anche se a quel punto il provvedimento sarebbe federale (e in sostanza obbligatorio dato il cambiamento del quadro legislativo). Ma decisa da Berna, l’amnistia potrebbe comprendere anche i tributi federali (come Iva, Ai e Avs). Per i Verdi senza questa estensione «l’amnistia rischia di far emergere solo piccoli capitali».
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Friday, 05-03-10 17:26
Ubs, respinta causa civile
Lussemburgo – Un tribunale del Lussemburgo ha respinto una causa civile contro Ubs promossa da oltre 100 investitori che hanno perso in tutto fino a 1,7 miliardi di dollari, con i fondi LuxInvest e LuxAlfa, a causa della maxifrode da 50 miliardi di dollari di Madoff. Con una decisione che riguarda un primo gruppo di una decina di investitori, il tribunale ha stabilito che non possono pretendere un risarcimento direttamente da Ubs «perché spetta esclusivamente ai liquidatori dei fondi recuperare i capitali persi».
|
|
|
pgr@sunrise.ch
|
Friday, 05-03-10 17:25
Transfair chiede a Leuenberger un CdA della Posta più rappresentativo del Paese
«Un servizio pubblico di alta qualità e una Posta forte e presente sul posto sono essenziali per lo sviluppo economico delle regioni montane e periferiche, non da ultimo per garantire alla popolazione di queste regioni buone prospettive per il futuro, ad esempio attraverso posti di lavoro o l’utilizzo dell’infrastruttura».
Seco[..] quanto scrive transfair – il sindacato dei settori di posta-logistica, comunicazione, trasporti e amministrazione pubblica – in un comunicato stampa, queste regioni devono essere rappresentate nel Consiglio d’amministrazione della Posta per rafforzarne la posizione. Con una lettera al consigliere federale Moritz Leuenberger la presidente di transfair Chiara SimoneschiCortesi invita il ministro delle comunicazioni a comporre il CdA in modo che «i principali gruppi d’interesse e della popolazione siano rappresentati in modo equo e proporzionale», e questo «affin- ché si possano prendere decisioni globali e sostenibili».
|
|
|
|
|